Amici della Terra: l’Italia è pronta per il 2014 anno della Green Economy?

Riportiamo l’intervento  “Gli amici del giaguaro verde” di Rosa Filippini, presidente di Amici dell Terra.

Voi che cosa ne pensate?

 

“Gli amici del giaguaro verde”

di

Rosa Filippini

È partita la corsa alla green economy, la formula magica che, in assenza di una seria politica ambientale del governo, servirà a distribuire nuove prebende. Agli amici, ovviamente.

 

Il commissario europeo all’ambiente Janez Potocnik, con l’intento di rilanciare la road map europea per un’economia a basso tenore di carbonio al 2050, ha annunciato che il 2014 sarà l’anno della green economy. Il termine, adottato dall’Unep nel 2011, fa riferimento alla necessità di orientare l’economia verso il benessere sociale, la riduzione dei rischi ambientali e l’uso razionale delle risorse. Anche l’Ocse definisce green le strategie per la crescita da promuovere in tempo di crisi e, in generale, le istituzioni internazionali hanno fatto ricorso a questi termini, in occasione del ventennale del Vertice di Rio de Janeiro, ribadendo gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Per un paese come l’Italia, con un forte deficit di politiche ambientali, con una ripresa che ancora non si vede e una burocrazia paralizzante, questi indirizzi internazionali potrebbero costituire l’occasione per risolvere problemi vecchi e gravi, dal ciclo delle acque a quello dei rifiuti, dalle bonifiche industriali al rischio sismico, alla crisi del trasporto collettivo. Spiace dirlo, ma non sembra che questi dossier siano al centro dell’azione del governo Letta che, come i suoi predecessori, si barcamena fra emergenze gravissime – pensiamo all’Ilva o ai rifiuti a Napoli e a Roma – invece di affrontarle con decisione. In queste condizioni, la green economy rappresenta l’ennesimo diversivo, un argomento per chiacchiere da salotto. Peggio: l’esecutivo sembra abbandonare il campo a gruppi privati e coalizioni d’interesse, che già si organizzano per far fruttare un marchio alla moda.

Così Edo Ronchi, ex ministro verde dell’ambiente, ora esponente del PD vicino a Laura Puppato, in accordo con Corrado Clini (sia finchè era ministro sia ora, da direttore generale) promuove i cosiddetti Stati generali della green economy sotto l’egida dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. I primi soggetti coinvolti sono stati i produttori di energia elettrica da rinnovabili, alla ricerca di relazioni pubbliche e protezioni politiche per difendere i lucrosi sussidi derivati da certificati verdi e dal conto energia per il fotovoltaico. Poi, anche coltivando l’equivoco che si tratti di un’iniziativa istituzionale del Governo, si sono aggiunti diversi comparti, in particolare i consorzi obbligatori per il recupero delle diverse tipologie di rifiuti. Infine, con l’adesione di numerose associazioni d’impresa si è costituito il Consiglio Nazionale, l’organismo titolare dell’iniziativa “Stati Generali della green economy” che ha l’apparenza di una coalizione d’imprese, formata per discutere e rappresentare le istanze della green economy.

Formalmente, del Consiglio Nazionale della green economy non fanno parte nè partiti né associazioni ambientaliste. Ma non è proprio così. L’iniziativa rimane sotto la tutela dei loro esponenti che, associati sotto altre vesti (Kyoto club, Symbola, Free coordinamento delle rinnovabili, Issi, ecc.), monopolizzano gli eventi pubblici e l’elaborazione dei documenti tematici. La preoccupazione di evitare ogni problema controverso, fa sì che i documenti finali assomiglino ai programmi elettorali dei partiti: ambigui e inconcludenti.

Se Ronchi e Clini si intestano il potere di attribuire alle imprese il marchio di green economy e di farsene portavoce, Ermete Realacci non si accontenta di essere uno degli associati attraverso la propria fondazione Symbola. In quanto presidente della Commissione ambiente della Camera dei Deputati, promuove addirittura un’indagine conoscitiva per stabilire cos’è la green economy in Italia e da chi è costituita, per “fare una ricognizione completa delle misure e degli strumenti di governance dello sviluppo delle tecnologie e delle produzioni verdi…sia relativamente agli specifici settori dell’ecoinnovazione…, sia relativamente a profili fiscali e di servizi di credito …” affinchè la green economy (nella versione da lui concordata con i partiti, in seno alla sua Commissione n.d.r.) sia posta come orizzonte strategico delle scelte di fondo dell’azione del Governo”.

Insomma, mentre la Commissione industria del Senato da una parte e il Governo dall’altra si arrabattano per cercare di riparare in qualche modo alla gigantesca speculazione delle rinnovabili elettriche, che peserà per almeno 220 miliardi complessivi nei prossimi 20 anni sulle bollette degli utenti, le commissioni della Camera già si ingegnano per provocare altre falle nella barca. Per risolvere finalmentre qualcuna delle antiche tragedie ambientali italiane? Non è detto. L’unica cosa certa è che gli amici del giaguaro verde non resteranno a secco.

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